La Cassazione si pronuncia sul fenomeno, sempre frequente, della “mimetizzazione” dei ciclomotori rubati con targe diverse dall’originale

La targa del ciclomotore, anche se personale, concorre nell'individuare il mezzo e la sua provenienza: è il principio stabilito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 8788, del 28 febbraio 2019.

Lo spiega Marco Massavelli, commissario della Polizia Locale di Rivoli (Torino). Pertanto, commette il reato di riciclaggio chi appone una targa personale su un ciclomotore oggetto di furto.

Il motivo? Questo comportamento è un ostacolo all'individuazione della provenienza furtiva del mezzo.

Tre categorie

La Cassazione chiarisce che, nella definizione della condotta tipica del delitto di riciclaggio, il legislatore ha individuato distinte categorie di atti materiali e giuridici.

Primo: quelli che hanno a oggetto la sostituzione, in senso fisico, del denaro, dei beni o delle altre utilità che risultino di provenienza delittuosa.

Secondo: gli atti di trasferimento, mediante negozi giuridici, delle cose.

Terzo: ogni altra operazione, materiale o giuridica, che abbia la finalità di ostacolare l'individuazione della provenienza delittuosa. Se metti la targa di un altro veicolo, individuare il mezzo non è impossibile, ma molto più difficile.

Motorino: cosa deve avere per circolare

L'apposizione della targa personale, su un veicolo di provenienza illecita, costituisce un primo ostacolo all'individuazione della provenienza del mezzo. Per la circolazione dei ciclomotori, sono necessari il possesso del certificato di circolazione e della targa, che identifica l'intestatario del certificato di circolazione.

Infatti, ciascun ciclomotore è individuato nell'Archivio nazionale dei veicoli da una scheda elettronica, contenente il numero di targa, il nominativo del suo titolare, i dati costruttivi e di identificazione di tutti i veicoli di cui, nel tempo, il titolare della targa sia risultato intestatario, con l'indicazione della data e dell'ora di ciascuna variazione d'intestazione.