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pubblicato il 6 settembre 2010

Tomizawa: si scatena il dibattito sui media

Soccorsi e tracciato sotto accusa. Ma questa, purtroppo, è solo sfortuna. Nera.

Tomizawa: si scatena il dibattito sui media
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La tragedia di Shoya Tomizawa non poteva che dare vita a tutta una serie di considerazioni su quanto accaduto. Si passa in pochi istanti, in base anche al canale TV o al media che di volta in volta si prende carico della situazione, da giudizi sulle cause dell'incidente ad opinioni sul servizio medico dell'autodromo di Misano e, naturalmente, sulla pericolosità del tracciato di Misano in quel punto. Era inevitabile, soprattutto in un paese chiacchierone come il nostro.

ACCUSE INFAMANTI
Preso atto che molte delle persone che hanno preso parola in queste ore non hanno mai corso, non hanno mai messo piede in pista con una moto o non sono mai stati presi in cura - buon per loro, naturalmente - da uno staff medico come quello di Claudio Costa, la cosa che più sorprende di questa tragedia è il fatto che non si sia sottolineata a sufficienza la perdita di un ragazzo di 19 anni per dare spazio alle solite accuse infamanti sull'operato di persone che non sono certamente le ultime arrivate nel campo del motociclismo. Come se trovare un colpevole, dare ragione ad un perchè o valutare un "ma" fosse una soluzione.

Certo, per quanto concerne la sicurezza c'è sempre molto da fare e tutto quello che è stato fatto sino ad oggi e che si farà nei prossimi anni non sarà mai abbastanza. Questo è chiarissimo. Sprecare spazi televisivi, pagine di giornale e di siti web per criticare le modalità di recupero di un pilota a bordo pista, soprattutto a fronte di una tragedia di questo genere, invece, è apparso quantomeno poco adeguato al momento che si stava vivendo: perchè se la corsa fosse stata interrotta, in fin dei conti, non sarebbe cambiato nulla.

COME POSSIAMO GIUDICARE?
Come possiamo noi sapere, dalla cabina di commento o dal divano di casa, se il pilota era in grado di "essere o meno trasportato" senza fermare la corsa? Anche se fossimo medici o dottori difficilmente avremmo potuto conoscere lo stato di salute del pilota a terra. Di sicuro non stava bene, di sicuro era accaduto qualcosa di grave, ma la sua posizione, quella di De Angelis e di Redding o quella delle moto coinvolte nell'incidente potevano anche non essere tali da richiedere lo stop alla corsa, ma più semplicemente l'esposizione di una bandiera gialla. Bandiera che, lo ricordiamo, obbliga i piloti a rallentare e li costringe ad evitare azioni d'attacco nei confronti di avversari: per chi non lo sapesse di tratta di una sorta di "anestesia locale", che in determinate situazioni, come quella di ieri, può anche essere sufficiente per consentire allo staff medico di intervenire nello stesso modo in cui sarebbero intervenuti in regime di bandiera rossa.

MANICA DI IMBECILLI? SUVVIA
Vero, è una opinione altrettanto opinabile anche quella di chi vi scrive, ma dalla sua parte c'è una certezza che non va dimenticata: l'equipe medica che segue il Motomondiale non è certamente composta da una "manica di imbecilli" e se la valutazione è stata tale da non richiedere uno stop, evidentemente, ci dev'essere stata una buona motivazione. Motivazione che può anche essere trovata nel rapporto, evidentemente sfavorevole, tra benefici e rischi che una interruzione di gara porta con sé: l'inevitabile calo di concentrazione, la tensione per la sommatoria dei tempi finali e, non ultima, il nuovo verificarsi di una delle fasi più pericolose della corsa - la partenza - possono anche portare portare a peggioramenti di situazione. C'è anche chi pensa che lo stop non sia stato dato per ragioni televisive, ma chi comanda in queste situazioni - Uncini - certe cose le ha vissute in prima persona ed ha informazioni di alto profilo e sensibilità a sufficienza per non dare seguito a simili meschinità.

LE PISTE INSICURE SONO UN'ALTRA COSA
C'è anche chi ha criticato la pista: ok, Misano Adriatico in quel punto è a dir poco pazzesca ma come già specificato anche da Agostini "i piloti non sono farmacisti" ed il rischio fa parte del mestiere. Quello che sorprende della dinamica dell'incidente del povero 19enne è che un errore di traiettoria - ha anticipato troppo l'entrata nel Curvone - gli è costato una sorta di "testacoda" che l'ha disarcionato dalla moto facendolo rimanere in traiettoria. Solitamente, quando si perde il controllo in quella curva - che si affronta a 230 km/h alla corda - la naturale conseguenza è quella di partire per la tangente: di incidenti in quel punto ne sono successi diversi da quando si è invertito il senso di marcia a Misano - per informazioni chiedere a Pasini... - ma tutti si sono conclusi con pilota e moto ampiamente fuori dal tracciato nella via di fuga. Misano è uno degli impianti più sicuri al mondo, speriamo che nessuno abbia l'indecenza di metterlo sul banco degli imputati.

LA SFIGA CI VEDE BENE.
Cosa è successo, insomma? Secondo la nostra modestissima opinione il tutto è da ricondurre alla sfortuna. Purtroppo, nella vita, quella è una componente importante. Se poi vogliamo possiamo anche sviluppare una delle tesi di Valentino Rossi, secondo la quale il fatto di correre in tanti - come in Moto2 - aumenta le possibilità di essere investiti da chi ti segue in casi di questo genere, ma si entrerebbe talmente tanto nel campo delle ipotesi e delle supposizioni da aggiungere ulteriori chiacchiere da bar a quelle già andate in scena in queste ore.

QUESTIONI DI STILE
Quel che resta della giornata di ieri è la morte di un ragazzo di 19 anni, un bravissimo pilota. E restano anche i sorrisi sul podio della MotoGP, nonostante le bandiere a mezz'asta e la certezza che tutti sapessero: un cerimoniale più sobrio, senza considerare i fischi degli idioti contro Lorenzo, quello sì sarebbe stato auspicabile. La tragedia di Senna, avvenuta con rapidità, giro d'informazione e festeggiamenti sul podio "come se niente fosse" del tutto simili a quelli di ieri, non ha evidentemente insegnato nulla.

Autore: Emiliano Perucca Orfei

Tag: Sport


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