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pubblicato il 26 ottobre 2009

Valentino Rossi: 9 uova d'oro per la gallina di Tavullia

Piloti così ne nascono uno ogni 10 anni. Anzi, 50...

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I freddi numeri fanno paura (agli altri piloti): nove titoli mondiali, come Ubbiali e Hailwood davanti restano solo Agostini, con quindici, e Nieto, con tredici, anzi, dodici più uno, come ama precisare lo scaramantico spagnolo. Cinquantotto pole position, in vetta assieme a Mick Doohan. Centotre vittorie, dietro al solo, immenso, Agostini, a quota 122. Mino, però, oltre ad aver corso per diversi anni in una situazione di superiorità tecnica imbarazzante - la gente andava via ben prima della fine della 500, per capirci - aveva anche il vantaggio di poter correre, come era uso comune all'epoca, in più categorie.

TUTTO INIZIO’
Quando, nel lontano 1996, Rossi esordì nel mondiale su un'Aprilia privata, sarebbe stato impossibile immaginare un successo del genere per quel biondino allampanato con i capelli da paggetto. Ma non c'è voluto molto per capire che il campione italiano SP aveva dei numeri per farcela anche nel mondiale: gli bastarono un paio di gare per far arrabbiare Jorge Martinez, che non tollerava l'impudenza del ragazzino capace di impensierirlo in staccata. La prima vittoria arrivò proprio quell'anno, e poi la moto ufficiale per l'anno successivo, con cui vinse il primo titolo iridato. Il sottoscritto ricorda di averlo visto in qualifica a Imola, alla Rivazza, incollato al trenino dei "giapponesi volanti" che lui venerava: Aoki, Manako, Tokudome, Sakata. Fece le due curve con una traiettoria impossibile, sporchissima, ed uscì con la sua RS che derapava da tutte le parti. Nonostante questo, non perse un metro da loro. E il sottoscritto - le prove si trovano su Usenet, da qualche parte - disse che quel ragazzino, se non si fosse fatto male prima, sarebbe diventato qualcuno anche in 500.

UNA PURA FORMALITA'
Nel frattempo, però, c'era la pratica 250 da archiviare. Quell'anno il team Aprilia faceva paura: a parte Rossi, debuttante di lusso, con le moto di Noale correvano Capirossi e Harada. I quali se le diedero di santa ragione fino al contestatissimo epilogo di Buenos Aires, ma spesso stentarono a mettersi dietro un Rossi che, fin dalle prime gare, si divertì a lottare per la vittoria. Arrivò anche la consacrazione da Doohan, che, interrogato sulla gara brasiliana, disse che a prescindere dal titolo, la gara l'aveva vinta il pilota più forte. Rossi, ovviamente. Che l'anno successivo, il 1999, dovette sudare contro Loris Capirossi, ma portò a casa una vittoria annunciata come poche altre. E due.

L'UOMO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO
Mentre Rossi vinceva il titolo iridato della quarto di litro, la Honda si trovava orfana di Doohan, che con l'incidente di Jerez chiuse carriera. Restava vacante la sella più ambita del mondiale: quella della NSR500 gestita da Jeremy Burgess e dal suo team. Rossi debuttò ancora una volta in condizioni di privilegio, all'esterno del team ufficiale. E via con le vittorie: la prima arriva a Donington, sul bagnato, e poi non si ferma più. Il titolo gli sfugge il primo anno - se lui e il suo team ci avessero creduto di più, magari… - ma dal 2001 fino al 2005 non ha rivali. Vince l'ultima corona della 500 e domina l'era delle MotoGP 990, triturando Biaggi e Gibernau. Nel 2003, stanco del trattamento Honda ("sono un dipendente qualunque") passa alla Yamaha, portandosi dietro la squadra. E fino al 2006, quando Yamaha e Michelin lo costringono a ritirarsi ben cinque volte, sembra assolutamente imbattibile.

LA CRISI
Il 2006 è la prima incrinatura nella sua armatura: Hayden, a forza di regolarità di risultati, finisce per precederlo nella classifica finale vincendo un duello, a Valencia, in cui Rossi crolla prima psicologicamente che di guida. L'anno dopo finisce ancora peggio: con il nuovo regolamento Ducati azzecca una Desmosedici pazzesca, ci mette in sella uno Stoner comprato ai saldi, e crea una delle accoppiate più micidiali degli ultimi anni. La Yamaha, invece, arranca e si rompe, e Michelin, penalizzata dal nuovo regolamento che le impedisce di fare le gomme il venerdì per la domenica, inizia ad accusare una netta inferiorità prestazionale. Ci si mettono anche gli stranoti guai col fisco, che faranno si che Rossi si "metta a posto", licenziando nel frattempo manager e consulenti finanziari. Alla fine dell'anno Rossi pretende impegno da Yamaha e il passaggio alle Bridgestone. Molti iniziano a darlo per finito, scambiando per lamentele e scuse quelle che invece, dall'anno successivo, si riveleranno solo richieste più che fondate…

LA RISCOSSA
Nel 2008, Rossi e il suo team adattano la Yamaha alle Bridgestone a tempo di record, e iniziano ad arrivare anche le vittorie. Ducati e Stoner rialzano la testa a metà campionato, ma proprio quando l'accoppiata italoaustraliana stava per sferrare il colpo più duro, Valentino tira fuori dal cilindro la gara di Laguna Seca, con cui, sostanzialmente, vince il mondiale. Stoner perde lucidità e cade tre volte di fila, Rossi vince anche a Brno e a Misano. L'ottavo titolo, a Motegi, ha il sapore dolcissimo della vendetta. Che cancella le sofferenze dello scorso anno, e zittisce tutti coloro che avevano iniziato ad annunciarne (o a pregustarne) il declino.

ED ECCOCI QUI…
Il resto è storia. Quest'anno Rossi il rivale più pericoloso se l'è trovato in squadra, quel Jorge Lorenzo che ha saputo impegnarlo sia sul piano della guida che su quello psicologico per tutta la stagione. Ma Rossi, oltre che velocissimo, si è confermato duro come una roccia, e con gare come Barcellona, Sachsenring e Misano, oltre a qualche errore in meno rispetto al rivale, è arrivato anche il nono titolo iridato, che serve a mettere pace con Yamaha, forse a ristabilire le gerarchie interne e ad allontanare i propositi di ritiro o di cambio casacca. Un titolo che, si usa dire, lo consacra fra i migliori di sempre. Anche se, nel caso di Rossi, l'espressione suona stonata.

Fra i migliori di sempre, Valentino c'è da un bel pezzo….

Autore: Edoardo Licciardello

Tag: Sport


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