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pubblicato il 28 aprile 2009

MotoGP 2009: monogomma bucato?

Sì, forse, ni, ma se tutti usassero le stesse...

MotoGP 2009: monogomma bucato?
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L’anno scorso, quando l’opzione monogomma si è (lentamente e farraginosamente, perché i gommisti per primi non avevano voglia o interesse a farlo…) trasformata in realtà, sono stati in molti a cantare gli osanna alla soluzione. A parità di pneumatici – si è detto – vedremo tanti duelli in più. Tanti piloti in grado di lottare per la vittoria, o per le prime posizioni. Qualcuno si è addirittura spinto a ricordare quel favoloso GP d’Australia del 2000, in cui, a contendersi la vittoria, c’era un trenino di sei piloti.

BRUSCO RISVEGLIO
Il Qatar è stato un brusco risveglio per tutti i sognatori, a Motegi non si sono poi rimescolate le carte, perché ha semplicemente ha vinto chi è riuscito ad andare forte senza aver lavorato sulla moto. Guarda caso, in cima alla classifica ci sono sempre gli stessi: i due che l’anno scorso, per citare la più azzeccata delle definizioni di Guido Meda, hanno fatto un altro sport, e i migliori fra gli outsider di lusso, con l’ovvia eccezione di Pedrosa, che ha però presentato una validissima giustificazione medica in Qatar ritrovando la via in Giappone. Allora il monogomma non è servito a niente? No. Anzi, ni. Premesso che siamo alla prime gare, è sicuramente presto per tirare conclusioni ma vale la pena di fare un ragionamento più ampio, e spiegare quantomeno perché "avere le Bridgestone", anche l’anno scorso, non era certo garanzia di vittoria, o anche solo di competitività.

QUALE SCELGO?
La faccenda è semplice: non c’è – o meglio, non c’era – un solo tipo di Bridgestone. La casa giapponese, in passato, aveva più linee di sviluppo, dedicate alle esigenze delle singole case costruttrici. C’erano quelle per Ducati, quelle per Kawasaki, per Suzuki, per Honda…ma quelle vincenti erano solo quelle che calzavano i cerchi della Desmosedici. Non è un caso che Rossi, quando a fine 2007 decise che di Michelin ne aveva avuto abbastanza, abbia specificato che voleva "le gomme di Stoner", non delle Bridgestone qualunque.

RISTRETTA GRAZIE
Il punto sta proprio qui: Rossi, come Stoner, ha sempre usato gomme più dure e più strette degli altri. Gomme che sacrificavano un po’ di grip in cambio di precisione e – ma qui siamo nel campo delle supposizioni – costanza di rendimento. Gomme che Michelin non voleva più fare, visto che la sua linea di sviluppo, quella preferita da tutti gli altri piloti, o quasi, prevedeva gomme più larghe, morbide e "appiccicose". I risultati, con il senno di poi, hanno largamente dato ragione a Rossi.

Adattare la Yamaha, moto nata e cresciuta con le Michelin – l’esperimento Dunlop del team di Poncharal lo consideriamo irrilevante, tanto lo è in effetti stato – alle Bridgestone ha richiesto un bel lavoro di sviluppo, come tutti sanno. Ma alla fine il risultato si è visto: la M1 si è amalgamata con le gomme giapponesi. E non con le gomme giapponesi in generale, ma con le gomme di Stoner.

3 YAMAHA CONTRO UNA ROSSA
Analizziamo un attimo la situazione attuale: senza considerare la farsa di Motegi, in Qatar la Ducati ha Stoner davanti e tutti gli altri lontani. Ma due dei piloti sono rookies, e Hayden era un grande amante delle Michelin larghe e morbide. La Yamaha ha tre moto davanti e il solo Toseland – che però ha gli stessi gusti di Hayden, oltre ad avere i suoi guai – nelle retrovie. Suzuki, che l’anno scorso, a metà stagione, ha iniziato a montare la linea di Bridgestone "Ducati-spec", passateci il termine, sta facendo una discreta figura. Kawasaki non la contiamo per ovvi motivi, e Honda, che pure l’anno scorso, a fine stagione, aveva tre moto con Bridgestone (presumibilmente non le stesse usate da Ducati), sta lottando con grossi problemi di ciclistica.

QUESTIONE DI FEELING
In sostanza, dovremo aspettare che tutti adattino le proprie moto alle differenti caratteristiche delle Bridgestone – quelle di Rossi e Stoner, per essere precisi – perché si possa sperare che la MotoGP 2009 diventi davvero un monogomma. Anzi, mi spingo più avanti: attenderemo, dunque, che i piloti usino le stesse gomme, inteso anche come stesse mescole, perché si possa avere la speranza di vedere gare diverse. Fino ad allora, i soliti continueranno a fare un altro sport…

Autore: Edoardo Licciardello

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