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Epoca e Classiche

pubblicato il 4 gennaio 2019

Kawasaki Mach III 500, la "Widowmaker" compie mezzo secolo

Fece il suo debutto nel 1969, e 50 anni dopo viene ricordata ancora per la sua fama da “terribile”

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Correva l’anno 1969: l’uomo sbarcava sulla luna, la generazione hippie si riuniva sotto il palco di Woodstock, al cinema usciva una pellicola leggendaria come Easyrider e le moto giapponesi iniziavano a mordere le caviglie delle allora blasonate due ruote italiane e britanniche anche nel Vecchio Continente. In un contesto di rivoluzione totale nacque la Kawasaki Mach III 500, una moto votata totalmente alle prestazioni, con numeri da capogiro per l’epoca e una fama che, nel bene e nel male, la rende ancora oggi leggendaria.

Rivoluzione a tre cilindri

Per stupire il mondo e far entrare il nome Kawasaki nell’Olimpo della velocità venne scelto un motore da 498 cc con architettura a 3 cilindri in linea. Un due tempi capace di scaricare sulla ruota posteriore 60 CV a 8.000 giri, e con un picco di coppia di 68 Nm. Numeri che non fanno gridare al miracolo oggi, ma che erano avanguardistici 50 anni fa, soprattutto in ragione del peso della moto: 174 kg a secco, e della velocità massima, che sfiorava i 200 km/h.

Widowmaker

Una vivacità che, soprattutto nella prima serie, non era assolutamente supportata da ciclistica e freni: il telaio non era abbastanza rigido, il forcellone striminzito, le sospensioni non all’altezza del motore tricilindrico e delle sue capacità e i freni a tamburo richiedevano più di una preghiera per entrare in azione. Tutto questo, unito alle dimensioni dei cerchi, con il 19” all’anteriore e il 18” al posteriore, hanno creato la leggenda della Widowmaker, la fabbrica di vedove, o nella versione italiana la “bara volante”: ad ogni manata di gas infatti la Mach III era propensa al decollo, costruendo così la sua fama macabra e affascinante al tempo stesso.

L’evoluzione della specie

Dopo la prima serie del 1969, gli ingegneri Kawasaki corressero il tiro, tentando di ridurre al minimo i difetti (che non erano prerogativa solo della Mach III all’epoca) della moto. Il telaio a doppia culla fu rivisto, venne installato il freno a disco sull’anteriore e venne spostato, arretrandolo, l’alloggio del motore, per contrastare il vizio all’impennata e ridistribuire meglio i pesi. Una lezione che non bastò per fermare l’evoluzione della gamma: nel 1971 arrivò infatti la Mach IV 750. 75 CV di potenza, una velocità massima ben oltre i 200 km/h e una progressione esplosiva, in grado di bruciare i 400 metri da fermo in poco più di 12 secondi. Cifre che la resero tanto affascinante quanto ingestibile, continuando così il mito della widowmaker originale, ma che segnarono il percorso che portò ad un’altra icona giapponese, la Kawasaki 900 Z1. Dal Giappone in questi giorni iniziano a circolare voci su un possibile ritorno in salsa modern-classic del brand Mach, con una naked dal sapore vintage alimentata dal quadricilindrico da 998 cc della Ninja ZX-10R. Non ci resta che attendere, e vedere se la widowmaker avrà un’erede: con tutti i pregi e nessuno dei difetti dell’epoca, naturalmente.

Autore: Redazione

Tag: Epoca e Classiche , epoca , vintage


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