dalla Home

Test

pubblicato il 10 aprile 2018

Kawasaki Z900RS Cafe - TEST

Più racer nel look, frizzante su strada. Merito di un quattro cilindri che "c'è" sempre

Kawasaki Z900RS Cafe - TEST
freccia per aprire fotogalleryfreccia per aprire fotogallery
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 1
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 2
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 3
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 4
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 5
  • Kawasaki Z900RS Cafe - anteprima 6

Non è facile far diventare café racer una classica. O meglio, ci sono dei rischi. Il primo fra tutti è la posizione di guida: su alcune i semimanubri costringono a distendersi sul serbatoio, stile piloti di una volta, con patimento per polsi e spalle. Invece, ad Akashi hanno ragionato diversamente. Avevano cucinato una ciambella col buco - la Z900RS - e non volevano rovinarla. Con la Kawasaki Z900RS Cafe hanno colpito nel segno un'altra volta. Vediamo perché.

Com'è

Agli amanti di lunga data delle “verdone”, quel cupolino generoso e pittato dello storico verde Kawasaki (proprio quello di una volta) non può che ricordare la ZRX1200. Il fil rouge – anzi, green – è quello. Solo che sulla Z900RS Cafe le forme sono più gentili, meno squadrate. Il faro rettangolare ha lasciato il posto ad un omologo tondo e a LED (così come tutti gli indicatori di direzione) ma la strumentazione continua a rimanere orgogliosamente analogica, con due bei quadranti circolari racchiusi in due profili cromati, oltre ad un piccolo display al centro. Il giovane designer, Norikazu Matzumura, è appassionatissimo di vecchie Kawasaki e possiede una Z1: l'ispirazione, come accaduto per la Z900RS, è arrivata da lei. E dai motociclisti che, negli Anni '70, modificavano le loro moto per andare a correre in circuito la domenica. Particolari come il raccordo perfetto fra fianchetti sottosella e serbatoio, la sella disegnata come se fosse monoposto e la scritta DOHC sui carter motore fanno venire i lucciconi agli occhi. Senza dimenticare uno scarico singolo che è un vero capolavoro, con il grosso barilotto del catalizzatore nascosto sapientemente fra la ruota e il motore. Se ancora non l'avete intuito, la Kawasaki Z900RS Cafe è fatta davvero bene, senza risparmi: niente cavi a vista o finiture grossolane. Gioia vera per gli occhi. Il cuore è lo stesso della Z900RS, ovvero il quattro cilindri – derivato dalla Z900 - da 948 cc e 111 CV a 8.500 giri, con 98,5 Nm a quota 6.500 giri. Il diverso disegno della sella, più svasata, abbassa la seduta a quota 820 mm, 15 in meno rispetto alla Z900RS mentre il peso aumenta di 1 kg (216 contro 215).

Come va

Ebbene sì, in Kawasaki hanno confezionato una cafe racer senza semimanubri. E menomale: il manubrio piega bassa della Z900RS Cafe raggiunge lo scopo di far sentire con dovizia di particolari l'avantreno e, contemporaneamente, non costringe a continue sedute dall'osteopata al rientro di ogni giro. Prima dentro, colpo di gas, sibilo deciso. La prima presa di contatto è cittadina e la Cafe non ne soffre. Motore trattabile, raggio di sterzo ragionevole e manubrio largo che aiuta negli spazi stretti. Solo il cambio mi sembra un po' contrastato ma, in fin dei conti, non bisogna dimenticare che la “mia” Z900RS Cafe ha poco più di 200 km all'attivo: probabile che la leva diventi più fluida con il passare del tempo. Il percorso di prova è tutto nell'hinterland a sud di Milano: il breve tratto di superstrada fino ad Assago mette in mostra una protezione aerodinamica leggermente migliore rispetto alla sorella nuda, almeno se non superate il metro e ottanta. Il cupolino l'ha fatta diventare una moto da autostrada? Assolutamente no, tuttavia il busto soffre meno quando la velocità si alza. Ma una delle (se non LA) ragione d'acquisto della Cafe rimane il motore. Un quattro cilindri docile, rotondo e, assieme, forte quando serve. Capace di riprendere da 2.000 giri in quarta o quinta marcia senza farvelo pesare. Ma anche di esprimersi in accelerazioni brucianti, se glielo chiedete. Certo l'erogazione è elettrica, senza particolari acuti man mano che ci si avvicina alla zona rossa. E con lievissime vibrazioni, specie fra i 5.000 e i 6.000 giri. Ma avercene di cuori così... La connessione del polso destro con il motore? Un lieve effetto on-off c'è: bisogna farci la mano e agire con più sensibilità. Anche se il controllo di trazione, regolabile su due modalità e disinseribile, veglia su eventuali intemperanze. Le poche curve che abbiamo percorso raccontano di una moto facile e saporita allo stesso tempo, dove di vintage c'è solo il look. Come sulla Z900RS, instaurare un buon rapporto con l'avantreno è alla portata di tutti i piloti, anche grazie a sospensioni che riescono a copiare bene le imperfezioni dell'asfalto senza essere mollaccione o “di legno”. Ma sulla Cafe il manubrio bassa rende ancora più “intima” la connessione con la ruota anteriore. Rimane la leggera tendenza ad allargare la traiettoria in uscita se si accelera senza troppi complimenti, facilmente risolvibile agendo sul freno posteriore in percorrenza. Capitolo consumi: nei circa 60 km di test il computer di bordo ha segnato 5,7 l/100 km.

Mi piace e non mi piace

La Z900RS Cafe non era in programma così presto. Bisogna ringraziare il lavoro (al tavolo da disegno e di persuasione) del designer Norikazu Matsumura se già oggi possiamo ammirarla sul cavalletto, con targa e fanali. Per un esperimento pienamente riuscito, grazie ad un'estetica molto personale e ad un motore che è il punto di forza di tutta la moto. Cosa mi è piaciuto di meno? Se il cambio è un po' contrastato – ma dovrebbe migliorare con il passare dei km – l'impianto frenante potrebbe avere un poco più di mordente quando si decide di dissotterrare l'ascia di guerra e forzare l'andatura.

Quanto costa

Colorazione unica (lime green con tocchi di bianco) così come il prezzo: Kawasaki Z900RS Cafe costa 12.290 euro. Non manca una versione Performance, arricchita con scarico Akrapovic in titanio, protezioni paramotore e adesivo paraserbatoio, proposta a 13.390 euro.

Autore: Andrea Rapelli

Tag: Test , test


Top