Sport

pubblicato il 18 settembre 2017

La Superbike e l'agonizzante titolo mondiale di Rea

Rea (ma non solo lui) continua a fare un altro mestiere e lo spettacolo ne risente

La Superbike e l'agonizzante titolo mondiale di Rea

Non deve essere stimolante per Jonathan Rea correre in queste condizioni. Lui arriva ogni volta al parco chiuso per rilasciare le solite dichiarazioni di facciata senza nemmeno doversi asciugare una goccia di sudore. Sta lì come uno che ha appena finito la sessione di allenamento nel giorno dello scarico: ossia, quello in cui si fa poco o nulla, per recuperare, ti dicono gli istruttori. E ogni (maledetta) domenica lo guardi e ti dà la sensazione, quasi sempre, di fare letteralmente un altro mestiere rispetto a tutti gli altri. Che poi, per la verità, sono un po' le Kawasaki e le Ducati a correre una competizione nella competizione, con il pilota britannico a spiccare ulteriormente nel quartetto. In ogni caso, resta il fatto che un mondiale così è davvero troppo poco avvincente e poco interessante da seguire. Si aspetta ogni weekend un'agonizzante matematica certezza del titolo per poter festeggiare, e mettersi finalmente alle spalle, una stagione decisa già (quasi) alla prima gara.

È da apprezzare il fatto che i colleghi di Mediaset facciano di tutto per provare a coinvolgere il pubblico, talvolta esaltandosi anche quando da esaltarsi c'è francamente molto poco, ma non basta ovviamente. Così come non è bastato rivoluzionare – torno a dirlo per l'ennesima volta – la griglia di partenza di gara 2, perché in fondo bastano pochissimi giri per ristabilire gli equilibri tra i piloti: soprattutto perché il divario tra i primi e tutti gli altri è troppo ampio per poter essere colmato semplicemente da una partenza “penalizzante”. Non so quale possa essere una soluzione da adottare per rendere questo mondiale nuovamente esaltante, e in tutta onestà non so nemmeno se c'è ancora davvero una soluzione o magari siamo di fronte a un “format” che ha semplicemente esaurito le carte da giocarsi. Potrebbe anche darsi.

Perché se da un lato la sensazione è che basterebbe un campionato più equilibrato a rendere tutto più bello e appassionante, dall'altro non dobbiamo dimenticare che il mondo dei motori – insieme al poco interesse delle nuove generazioni – sta cambiando tanto negli ultimi anni. E non è detto che riproporre lo stesso spettacolo (straordinario) di qualche anno fa porti oggi gli stessi risultati; oggi nessuno fa più la fila per vedere le F1 girare in tondo al Motor Show di Bologna, tanto per fare un esempio. Detto questo, quello che è chiaro è che qualcosa va fatto, almeno per tutti coloro – chiamiamoli nostalgici – che amano questo sport e, soprattutto, per tutti quelli che lavorano all'interno di queste competizioni. E il segnale deve arrivare dall'alto.

Autore: Francesco Irace

Tag: Sport , superbike


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