Epoca e Classiche

pubblicato il 21 agosto 2016

Aprilia Motò 6.5: il design sopra ogni cosa

Una delle moto più controverse della storia di Aprilia. Adorata da alcuni, odiata da altri, non fu mai un vero successo

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Nel mondo delle due ruote esistono delle mosche bianche, mezzi che escono fuori dal loro tempo e che sono così particolari da non poter essere inquadrati in nessuna categoria. Negli anni '90 l'Aprilia Motò 6.5 è stata ha rappresentato uno dei più celebri casi di moto "fuori dal tempo", nata senza una particolare domanda, senza un posto preciso nel mercato e senza l'obbiettivo di diventare un punto di riferimento. La possiamo definire come un esercizio di stile portato in produzione.

Un progetto osato

Croce e delizia di questa moto era senza dubbio l'estetica, ed è il solo motivo per cui questa moto fu prodotta. Nel 1993 l'amministrazione Beggio contattò Philippe Starck, architetto e designer diventato famoso per aver costruito alcuni degli stabili più belli d'Europa e oggetti di design diventati di culto, come il celebre spremiagrumi Alessi Juicy Salif o lo Yacht commissionato da Steve Jobs.
Per questa sfida, Starck avrebbe dovuto realizzare un oggetto di puro design, senza badare ad aspetti come comfort, prestazioni o aerodinamica. Gli è stata data carta bianca e un solo elemento da cui partire per realizzare una moto mai vista prima: il motore. Era nell'intenzione di Aprilia continuare a usare il monocilindrico Rotax 650 da poco montato sulla nuova versione della Pegaso. Quest'unità era davvero raffinata con distribuzione a catena, 5 valvole per cilindro e raffreddamento a liquido. 43 CV, 53 Nm, 171 kg a secco.
Attorno all'unità, l'istrionico francese sviluppò una moto fatta interamente di linee curve, a partire dal telaio che dalla vista laterale aveva un andamento a uovo, perfettamente raccordato fra travi superiori a tubo e culla inferiore molto angolata. Per questo elemento, inedito su una moto di serie, è stato necessario molto studio, così come per lo scaric che seguendo l'andamento della culla inferiore, correva piatto estendendosi per tutta la base e terminando in un'unica uscita laterale corta. Ora impianti di questo genere sono all'ordine del giorno, ma per l'epoca un terminale così corto era una novità assoluta, come anche il radiatore convesso. Si può dire tranquillamente che ha anticipato (di molto) i tempi.
Discorso simile per le sovrastrutture, disegnate per seguire linee curve regolari e pulite. Se davanti il gruppo ottico non era poi così difficile da fare, il serbatoio e il codino hanno linee inedite e decisamente innovative, soprattutto il posteriore, con la lente rossa che funge da parte terminale del parafango. La stumentazione, la sella, i carter, tutto è stato creato da zero per dare una sensazione di compattezza e armonia, come se tutti gli elementi dovessero dare un'unica forma alla moto.
Per le colorazioni si è scelto di rimanere sui toni del grigio sia per le sovrastrutture che per gli elementi tecnici. La finitura di tutte le parti metalliche è nella stessa tonalità grigio opaco della carrozzeria e del telaio, per accentuare l'uniformità alla vista e dare una sensazione unica al tatto con una finitura patinata. La guida? aveva un buon telaio, ma le sospensioni un po' troppo morbide e il motore scorbutico ai bassi regimi non facevano eccellere la Motò per piacere di guida. Alti anche i consumi, sempre fra i 10 e i 15 km/l. Fu prodotta in tre varianti cromatiche, grigio/arancio, grigio/crema e nera. 

Poche vendite, ma ora è un cult 

Quando debuttò nel 1995 fu un enigma. Era così particolare e così fuori dai canoni estetici dell'epoca, che lasciava perlopiù senza parole. La stampa non osò sbilanciarsi ma dietro le quinte si discuteva molto di questo progetto, che lasciava da parte caratteristiche dinamiche e colpiva unicamente per il suo stile. Lo scopo di Starck era stato raggiunto: far parlare della sua opera, nel bene o nel male, avrebbe aumentato la sua popolarità e la possibilità di avere nuovi lavori, ma per Aprilia non si può dire lo stesso.
Quelli che adoravano la Motò (soprattutto all'estero) non esitarono a strappare l'assegno, ma la stessa Casa di Noale sapeva che non avrebbe fatto grandi numeri. I costi di produzione erano abbastanza alti, ragion per cui il prezzo era decisamente superiore a quello dei concorrenti. Il listino "premium" ha automaticamente escluso la maggior parte degli utenti dei monocilindrici, assecondando solo quelli che sono stati affascinati dall'oggetto perchè fan di Starck. Nonostante gli accessori offerti nel catalogo (cupolino, baule e altre comodità) non fu scelta come moto per un utilizzo a 360°, e questo non fece altro che aumentare il divario interno con la Pegaso, vera tuttofare della famiglia veneta. 
Il successo non arrivò mai e soltanto dopo due anni di produzione la Motò venne tolta dal mercato. I clienti che l'hanno adorata fin dal debutto erano già stati soddisfatti, mentre non c'era troppo margine per rubare utenti alla concorrenza. Non esisteva una vera e propria categoria per questa moto, si sperava soltanto di creare un nuovo segmento, ma la sfida non fu accettata dalle altre case, così il tentativo di creare monocilindrici fashion e di design nacque e morì con lei. Si potrebbe parlare di flop, ma solo se analizziamo i freddi numeri. Nel suo piccolo questa moto è diventata un cult e ancora oggi nelle discussioni da bar viene tirata fuori. Tutti gli appassionati si ricordano di lei, fu una moto così osata e così particolare che e la sua memoria è destinata all'eternità, con tutte le critiche positive e negative che si porta dietro dal gioro del debutto.
Se siete interessati, l'usato ogni tanto ne propone qualcuna e non è di certo regalata: con un chilometraggio ragionevole, i prezzi stanno attorno ai 4.000 euro, ma ne potete trovare anche un po' più vissute a cifre attorno ai 3.000. Un investimento un po' alto per un monocilindrico di più di 20 anni, ma generalmente chi cerca una moto così, la vuole e basta... è l'effetto Starck!

Autore: Redazione

Tag: Epoca e Classiche , curiosità , epoca


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