Epoca e Classiche

pubblicato il 26 giugno 2016

Il Ducati Monster è un pezzo di storia e arte contemporanea

Prima di lei non esistevano le naked, il Monster è stato una rivoluzione e continua ad essere un punto di riferimento

Il Ducati Monster è un pezzo di storia e arte contemporanea
freccia per aprire fotogalleryfreccia per aprire fotogallery
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 1
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 2
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 3
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 4
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 5
  • La storia del Ducati Monster - anteprima 6

Quella di oggi non è una rettrospettiva come le altre, ma un'ode a una leggenda. Non ci limiteremo a elencarvi modelli, anni e caratteristiche, perchè Ducati Monster è qualcosa di molto di più di una moto, è un concetto che va oltre il ferro e la plastica di cui è composta. La sua leggenda nasce nel 1993 e continua ad esistere, ha aiutato a salvare la Ducati da due grosse crisi ed è stata riconosciuta come una delle moto più belle di sempre.

Quello che non c'è, non serve

La storia di questo modello è iniziata nel 1992, quando al Salone di Colonia vennero tolti i veli a un Prototipo chiamato Monster 900. Il suo designer era Miguel Galluzzi e gli furono avanzate molte domande su questa moto, all'apparenza strana ma in realtà molto semplice. La sua risposta fu "Tutto quello di cui hai bisogno è una sella, un serbatoio, un motore, due ruote e un manubrio", e si può dire che questa frase diventò il motto della serie, per una moto che puntava all'essenzialità assoluta quando tutto il resto della produzione mondiale disegnava moto abbondanti e molto carenate. 
L'anima controcorrente del Monster ("del", perchè fu subito chiamato al maschile) piacque da subito e nel 1993 iniziò la produzione della prima serie con motore desmodue a carburatori da 900cc e telaio derivato in parte dalla superbike 888. Fu la nascita non solo di un fenomeno commerciale, ma di una categoria di mercato che da quel momento in poi avrebbe condizionato le vendite dei due decenni sucessivi: le "naked".

Fu una rivoluzione

Nuda, che più nuda non si può: l'unico elemento di carrozzeria presente è il serbatoio, morbido e ampio, con un tocco di colore in tinta dato dal parafango anteriore. Il faro, a padella, riprende stilemi del passato e ben si adatta alle linee tecnologiche del nuovo modello. È la prima volta nella storia che vediamo una moto con il codino inesitente, ovvvero con soltanto la sella, un faro e il supporto targa. L'unghia rossa trasofrmava in monoposto la sella dando l'apparenza che un codino ci fosse. Da qualsiasi lato lo si guardasse, il Monster faceva battere il cuore e non tardarono ad arrivare altre versioni, acclamate a grande richiesta dagli appassionati.
Sempre per la prima serie a carburatori, nel 1994 fu montato sul traliccio di tubi anche il motore 600, mentre per il mercato giapponese venne prodotto il Monster 400. Dovettero passare due anni, nel 1996, per l'arrivo della cilindrata di mezzo, la 750, che completa così la gamma e porta anche alla differenziazione fra modello base e modello "S", dotato di cupolino e di impianto frenante più sportivo.
Il 1997 portò l'iniezione elettronica sui modelli top di gamma, mentre nel 1998 il Texas Pacific Group (già azionista di maggioranza dal 196) acquistò il rimanente 49% della Ducati, escludendo Cagiva e Castiglioni e cambiano nome in Ducati Motor Holding SpA. In questi anni il Monster era la bandiera del marchio, avendo sollevato l'azienda dalla crisi dei primi '90 (Con il contributo della 916, of course) e mettendo sul piatto degli americani un'azienda in crescita e ormai sana. 
Anche per questo motivo Monster divenne il modello "core" della nuova proprietà e ricevette un profondo restyling, mentre tutto il mondo cercava di replicare il successo presentando le proprie naked. Dal Giappone, all'Inghilterra scoppiò la moda e Ducati ne è la pioniera, quindi la più alta rappresentante del segomento, che tutti i competitor aspirano a raggiungere e superare.

Il restyling di metà carriera e la ripresa

I Monster presentati nel 1998 avevano iniezione elettronica e colorazione Dark, un nero opaco che sarebbe diventato un punto di riferimento per i modelli entry level di Ducati. Nel 2000 arrivarono dettagli diversi, come frecce, strumentazione, cerchi, portatarga e colorazioni. La serie era visbilmente rinnovata, senza però perdere una sola virgola del suo carattere e delle sue peculiarità estetiche. Da questo momento ci fu il boom delle cilindrate e delle versioni speciali come la S4 del 2001, top di gamma con il motore Desmoquattro del Ducati 916, il 600 a carburatori si trasforma in 620 i.e. e diventa parsimonioso nei consumi ed elastico nell'erogazione, mentre nel 2003 arrivò l'evoluzione, con il 1000 al posto del 900 e l'800 al posto del 750, con le serie S2R a due valvole e S4R a quattro valvole. Rimescolando le carte, Il monster era tutto nuovo ma senza esagerare con i cambiamenti, perchè telaio e impostazione erano le stesse dal 1993. L'ultima prova di forza della prima serie è stata la gloriosa S4RS con il motore Testastretta da 998 cc che equipaggiava la 999, dotato in questa versione di 130 CV.

Seconda e terza generazione, tempi moderni

2008, ed arriva la vera rivoluzione: Monster è diventato 696 ed è cambiato radicalmente: nuovi motori, nuovo telaio, nuova estetica e nuovo appeal. Ora il traliccio era un misto di tubi grossi e piastre, il faro a padella ha lasciato spazio a un attillatissimo elemento tondo sdoppiato da una striscia centrale e il serbatoio ha guadagnato due feritoie per il raffreddamento dell'airbox. Il 696 è piaciuto subito e non ha tradito il concept originario di Galluzzi, così Ducati ha ricominciato con una nuova serie e un nuovo slancio di vita per la regina della naked.
Il passaggio dalla prima alla seconda generazione è significativo anche perchè il Monster è stato il modello che ha salvato l'azienda nei difficili anni di metà 2000: quando il 999 e l'estetica dei modelli di Terblanche non hanno convinto appieno, le vendite del Monster non hanno mai realmente deluso le aspettative, così da traghettare l'azienda fino all'epoca Del Torchio e dare la possibilità di ricominciare senza passare per fallimenti e nuove acquisizioni.
Il resto è storia moderna che conosciamo, nel 2009 Ducati lancia il progetto Colour Therapy e riempie il modello di colorazioni bizzarre, con le cover plastiche del serbatoio intercambiabili. Nel 2010 la gamma si componeva dei modelli 696, 1100 e 1100s, con l'arrivo poi del 796 e del modello EVO. Tutto è pronto per la terza serie, che arriva nel 2014 con il 1200, dotato di motore raffreddato a liquido Desmoquattro Testastretta 11° e un telaio tutto nuovo che riprende la filosofia della Panigale, con motore portante. Il serbatoio torna alla forma delle origini e perde le prese d'aria, mentre il codino sposta la targa sopra la ruota. Alla 1200 ha seguito l'anno dopo anche la 891, e ci rimettiamo in pari con la storia.

È la storia della nostra passione

Dal 1993 al 2016 sono ben 23 anni, per un modello che ha ancora tantissimo da dire. Non esiste crisi per il Monster e speriamo non vederlo mai fuori dai listini da qui all'eternità. Questo nome ha fatto rinascere Ducati una volta e ha evitato che fallisse una seconda, ha messo in sella per la prima volta migliaia di appassionati e ha fatto nascere una delle categorie di mercato più di successo di sempre, quelle nude che prendono il nome proprio dalle forme essenziali e senza fronzoli del Mostro bolognese. Tutti noi dobbiamo qualcosa a lui, che ha rappresentato (e continua a farlo) la parte più bella della nostra passione, quella fatta di moto costruite col cuore dall'azienda e acquistate col cuore dagli appassionati.

Autore: Michele Lallai

Tag: Epoca e Classiche , naked


Top