Epoca e Classiche

pubblicato il 5 giugno 2016

Cagiva Elefant: da cenerentola a regina delle sabbie

Da moto senza troppa personalità a mito assoluto della Parigi-Dakar. La storia straordinaria di un grande orgoglio italiano

Cagiva Elefant: da cenerentola a regina delle sabbie

La Cagiva Elefant è un esempio unico nel panorama della produzione di serie Italiana, si tratta di una moto che ha vissuto due fasi: dapprima anonima enduro dual di diverse cilindrate, poi regina della Dakar con un cuore robusto e potente. È la storia della Cenerentola che diventa principessa, da una fra tante a regina del ballo.

La cenerentola 125, 200 e 350

La storia è iniziata nel 1984, quando le enduro di piccola e media cilindrata erano le moto più ambite del mercato. In un contesto pieno di proposte europee e giapponesi, la prima Elefant 125 non era altro che una derivata più moderna della Aletta Rossa, ma con diverse sovrastrutture, un telaio leggermente modificato e un serbatoio più grande che già faceva sognare i grandi raid. 
Alla originale seguirono la Elefant 2 e la Elefantre, prodotta fino al 1988, mentre per le altre cilindrate troviamo la Elefant 200, non troppo fortunata, la 250 e la 350. Per questa prima dinastia la fama era di moto non troppo prestante e dal peso un po' troppo elevato, decisamente penalizzata rispetto alla concorrenza. L'estetica non era brutta, ma di sicuro non esaltante e un po' anonima. Le cose cambiano quando si comincia a parlare di cilindrate più grosse.

Un motore Ducati su una fuoristrada!

Nel 1985 è nata la Elefant 650, dotata di estetica simile allo sorelle minori ma di un telaio bello robusto e soprattutto di un motore bicilindrico a L Ducati, per la prima volta utilizzato in una moto di questa tipologia. Con il cilindro ruotato di 180°, mono Ohlins e freni Brembo, aprì le porte a un nuovo modo di concepire il DesmoDue e invitò gli appassionati a esplorare il mondo sterrato con il "tiro" tipico delle moto stradali, sfruttabilissimo anche solamente su asfalto. Per Cagiva questo era il modello della svolta con la prima iscrizione alla Parigi-Dakar, nel 1985, con il pilota Hubert Auriol, già vincitore nel 1983. Il risultato fu pessimo: rottura e ritiro, ma in cantiere c'erano grandi progetti.
Nel 1987 fu presentata la Elefant 750, stesso principio ma motore con 100cc in più ed estetica molto rinnovata. Si inizavano a delineare le forme da vera dakariana, con cupolino fedele ai fianchetti (prima con faro quadrato, poi doppio tondo nella seconda versione), parafango basso e soprattutto con la colorazione Lucky Strike, sponsor ufficiale. La squadra affrontò le edizioni dall'87 con un prototipo derivato da 850cc, ma non riuscì a concludere per diversi anni a causa di ritiri o squalifiche. La sfortuna finì all'inizio dell'ultimo decennio, con la presentazione della leggenda.

La più bella del ballo, la Elefant 900

Elefant 900, un progetto tutto nuovo nato con l'obbiettivo di vincere. La Parigi-Dakar degli anni precedenti ha portato l'esperienza necessaria alla squadra, mancava solo un po' più di competitività e un pizzico di fortuna. Per fare le cose al meglio, nel 1990, viene dotata di un telaio completamente nuovo e del motore 904 cm³ derivato dalla Ducati 900SS, con cambio a 5 marce e iniezione elettronica Weber-Marelli. La ciclistica è equipaggiata della miglior componentistica allora presente sul mercato, tanto che in versione di serie era decisamente costosa, ancor di più nella speciale edizione Lucky Explorer in tiratura limitata di 1000 unità. Venne prodotta anche con il motore 750 e forcella anteriore tradizionale.
La 900 era una tuttoterreno prefetta, ma con chiare aspirazioni corsaiole. Quel motore la rendeva una vera mangiatornanti su strada e nei lunghi sterrati toccava punte velocistiche altissime per l'epoca. La moto era pronta per arrivare a Dakar nelle prime posizioni, per questo il pilota Edi Orioli (settimo alla dakar 1989, sempre su Elefant) fu scelto come caposquadra della spedizione italiana, che ha portato alla grandiosa vittoria del 1990. Fu un trionfo d'immagine che portò un boom nelle vendite. La moto di serie venne offerta anche in versione GT con accessori da turismo per chi voleva una moto da viaggio molto performante. 
Edi non si ripetè subito, le edizione 1991 e 1992 non furono fortunate per la Elefant, mentre nel 1993 fece un excursus con le auto. Tornato in Cagiva, vinse l'edizione 1994 grazie alla perfezione della Elefant 900 Marathon, con cilindrata portata a 944cc e componentistica ancora più pregiata. Questa fu venduta come race-replica sul mercato, affiancata alla Elefant 900 standard che nel frattempo aveva perso i pezzi pregiati (mono Boge al posto di Ohlins, forcella Showa al posto di Marzocchi) per abbassare il prezzo di listino. L'Elefante delle Sabbie rimase in commercio fino al 1996, anno in cui fu sostituita dalla Canyon, che rappresenta un progetto completamente nuovo e non figlio delle competizioni, che vennero definitivamente abbandonate nel 1997.

Il dominio italiano nel fuoristrada... altri tempi!

Il progetto Elefant è figlio di un'epoca d'oro per l'Italia nelle competizioni fuoristrada. Se ci pensiamo bene, in quegli anni anche un'altra cenerentola diventò la più bella della festa, la Lancia Delta del mondiale rally. Le storia delle due regine del fuoristrada dei primi anni '90 sono paragonabili, nate come progetti umili e non molto apprezzati sul mercato, ma convertite a mostri da gara grazie alla passione e alla competenza di tecnici, ingegneri e piloti che hanno investito su un progetto portandolo in cima al mondo.
Elefant, come Delta, è figlia di una capacità tutta italiana che ha sempre premiato: quella di improvvisare, di trovare il modo di azzardare e di prendere decisioni su due piedi, in un periodo in cui le gare si vincevano grazie al lavoro di una notte in officina, grazie a un pezzo tenuto sù con il nastro telato e alla possibilità di poter ancora intervenire con una lima sul motore quando necessario, fare buchi con il trapano per alleggerire un pezzo. Tutto questo è impensabile ai giorni nostri, dove pianificazione ed elettronica hanno preso il posto di mente pratica e artigianalità. Non ci saranno più cenerentole belle come lei, con quell'abito nero e bianco con il bollino rosso.

 

Autore: Michele Lallai

Tag: Epoca e Classiche , epoca


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