Attualità e Mercato

pubblicato il 4 dicembre 2014

Pavimentazioni stradali: ancora non ci siamo!

L’Italia è il fanalino di coda nel riciclo dell’asfalto

Pavimentazioni stradali: ancora non ci siamo!

Qual è un fattore per capire il grado di civiltà di un Paese? I motociclisti sanno rispondere: la qualità delle strade. Infatti, in Italia, purtroppo i centauri sono alle prese con voragini da terzo mondo, restando un mistero dove vadano a finire quell’uno-due miliardi di euro (questa la stima, visto che non c’è nessun obbligo di rendicontazione) di multe incassati ogni anno dai Comuni. Ma c’è un altro fattore: il riciclo dell’asfalto. E anche in questo caso, sono note amarisissime: l’Italia è fanalino di coda nel riciclo delle pavimentazioni stradali. Solo il 20% (contro una media europea che sfiora il 60%) viene recuperato. Ogni anno il pieno recupero delle pavimentazioni stradali “fresate” produrrebbe un valore economico di almeno 500 mln di euro senza contare la riduzione di emissioni inquinanti equivalenti a quelle generate da 3 raffinerie di medie dimensioni e dal traffico prodotto da 330.000 autocarri sul territorio nazionale.

Un urlo di dolore

Il Siteb, l’Associazione italiana bitume e asfalto stradale denuncia che l’Italia (un tempo il secondo mercato in Europa dietro alla Germania per le attività connesse alla realizzazione e manutenzione di strade) ha perso posizioni, ma comunque resta ai primissimi posti per la produzione di conglomerato bituminoso con 22,3 milioni di tonnellate; la precedono solo Turchia (46,2 mln), Germania (41 mln) e Francia (35,4 mln). In compenso il nostro Paese è in coda (terz’ultimo posto) nella speciale classifica dei Paesi che riciclano maggiormente questo materiale seguito solo da Repubblica Ceca (18%) e Turchia (3%).

Soldi buttati via

Questo materiale, oltre a possedere elevate caratteristiche tecniche e ad essere totalmente riutilizzabile nelle costruzioni stradali, possiede infatti un notevole valore economico. Il totale recupero del fresato d’asfalto (10 mln di tonnellate) prodotto annualmente genererebbe un risparmio economico di risorse pari a 500 milioni di euro (valore della sola materia prima sostituita, senza contare i costi dell’eventuale smaltimento in discarica), evitando la produzione di bitume di tre raffinerie di medie dimensioni e il depauperamento di alcuni milioni di metri cubi di terreno dalle cave di prestito sul territorio nazionale. Recuperare il fresato significa, infatti, ridurre le importazioni di petrolio e salvaguardare l’aspetto paesaggistico del territorio evitando l’apertura di cave.

La burocrazia che stritola

In Italia il fresato, pur avendo le caratteristiche di un sottoprodotto, viene considerato dalla pubblica amministrazione un rifiuto speciale e in tutti i modi si cerca di ostacolarne il recupero pensando di salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini. Della serie, la burocrazia ottusa ed elefantica, con la quale è impossibile avere alcun tipo di dialogo. “Chiediamo al Ministero dell’Ambiente - dice il Siteb - di esprimersi con un decreto o con una circolare di chiarimento che semplifichi le cose e che ci riporti al livello degli altri Paesi europei. Convocare quanto prima un tavolo di discussione per fugare ogni dubbio e per approfondire le potenzialità connesse allo sviluppo del settore del recupero del fresato in termini di riduzione dell’inquinamento e come risorsa economica preziosa per le amministrazioni locali e per la comunità, è un dovere per la parte pubblica e una priorità per tutti”.

Autore: Redazione

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